Prosopopea

Scienza con Saccenza.

Kardashian, bibliometria e calore umano


Non ho problemi ad ammettere che non sono una persona piena di calore umano. Le evidenze sono molte: la misantropia generale quando passo troppo tempo su Facebook, la temperatura corporea simile a quella di un rettile, il fatto che quando ho posto la domanda “Ma io sono pieno di calore umano?” alla mia ragazza ci sono stati 25 secondi buoni di silenzio prima che rispondesse “Che stai dicendo?”.

Quindi non sono rimasto particolarmente sorpreso quando uno studio recente dell’Università di Princeton ha riportato che gli scienziati, gli ingegneri e i ricercatori sono tre categorie che vengono percepite come competenti ma allo stesso tempo fredde.

Per fortuna siamo comunque messi meglio degli avvocati.

Per fortuna siamo comunque messi meglio degli avvocati. Credit: Susan Fiske, Princeton University, Woodrow Wilson School of Public and International Affairs

 

A guardare il grafico si direbbe che non siamo messi malissimo, ma per capire il risultato bisogna fermarsi un secondo a vedere la metodologia che i due autori, Fiske e Dupree, hanno utilizzato. In primis, hanno raccolto una lista di lavori tipici con un sondaggio on line a partecipazione libera. Questo spiega perché esistono due punti separati per distinguere “scientist” e “researcher”, che sono sostanzialmente sinonimi. Sì, ci sono ricercatori in lettere antiche e filosofia e altre discipline non scientifiche eccetera, ma di solito la persona qualunque quando pensa alla parola “ricercatore” pensa all’uomo in camice bianco che fa lo scienziato nella pubblicità dei dentifrici (occhio che la parola uomo non è a caso; ci torniamo poi).
Creata questa lista, un gruppo di americani selezionati a caso e diversi da quelli che hanno compilato la lista ha risposto a un altro sondaggio in cui non veniva chiesta la loro opinione su queste categorie, ma come queste categorie venissero percepite dal popolo americano in generale. Presente quel meme che andava di moda un po’ di tempo fa su Facebook “Come mi vedo io, come mi vede mia madre, come mi vede tua cuggina e vi discorrendo?”. Ecco, uguale, solo con più metodo scientifico.

Knowyourmeme mi dice che, tra l'altro, questo è stato uno dei primi esempi del meme.

Knowyourmeme mi dice che, tra l’altro, questo è stato uno dei primi esempi del meme.

È una tecnica che si usa abbastanza spesso in psicologia perché tende a ridurre l’influenza di pregiudizi personali e spesso convince la gente a riportare stereotipi in cui loro stessi non credono, ma di cui sentono l’effetto. L’ho fatto anch’io due paragrafi fa, ricorrendo allo stereotipo del ricercatore Colgate, in cui non credo minimamente ma che ho tranquillamente usato come scorciatoia intellettuale, attribuendola a questa misteriosa entità detta “gente qualunque”.

Gli autori analizzano poi le varie categorie e notano come lavapiatti e netturbini hanno punteggi bassi su entrambe le scale: è il ben noto effetto areola, per cui istintivamente crediamo che le persone belle hanno qualità belle e le persone brutte sono cattive. Queste professioni, che hanno a che fare continuamente con roba percepita come degradante o sporca o disgustosa, vengono quindi viste come poco competenti e fredde. La poca competenza ha anche a che fare con l’umiltà, sicuramente; ma perché un netturbino o un lavapiatti o una prostituta debbano essere stronzi non mi è ben chiaro. E probabilmente non è ben chiaro alla maggior parte di quelli che hanno risposto al sondaggio: stavano riportando le percezioni degli altri, loro! Mica pensano cose brutte sulle zoccole, loro…

Le professioni che hanno a che fare con la compassione e l’umanità e l’abnegazione, al lato opposto, sono quelle che hanno i punteggi più alti su entrambe le scale: ed ecco che gli insegnanti, i medici e le infermiere sbancano l’ammirazione del pubblico. Nessuno sano di mente farebbe mai l’insegnante o il medico se non fosse altruista e buono e non amasse le persone, no? Specialmente mischiarsi a bambini, adolescenti in crisi ormonali o vecchi malati. Bleah.

Infine ci sono gli scienziati, gli avvocati, i CEO e quel quadrante del grafico: professioni che sono viste come competenti ma anche di cui la gente può fidarsi poco e verso cui il pubblico ha poca empatia. Perché? Fiske e Dupree hanno usato una seconda scala con un terzo gruppo di persone che misurasse le motivazioni del perché la gente ha questi sentimenti contrastanti nei confronti degli scienziati (specificamente i climatologi, per via del casino in USA con gli “scettici” dei cambiamenti climatici). Le colpe includono: mentono con la statistica, complicano inutilmente le cose, sono interessati solo a far carriera, sono arroganti, sono di sinistra.

Ed ecco la conclusione a cui giungono gli autori, che a dire il vero non è questa gran perla di saggezza: il problema del pubblico con la scienza non è quasi mai ignoranza, ma è che degli scienziati, la gente, non si fida. Infatti sono percepiti come distanti dalle persone normali, con una percezione gonfiata della propria importanza, interessati più alla carriera che a mettersi al servizio degli altri nonostante siano il più delle volte dipendenti pubblici e, anche quando competenti, comprabilissimi.

E purtroppo hanno ragione. No, non Fiske e Dupree. Gli americani che pensano questa cosa.

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Hasta i Vittoriani siempre


A volte ricevo mail su articoli che ho pubblicato qui. Il più delle volte, sono mail totalmente e completamente folli, come quel tizio che voleva convincermi che nei cromosomi c’è la prova della divinità della Bibbia, visto che in Genesi c’è scritto che Eva è stata creata togliendo una costola ad Adamo e il cromosoma Y ha un braccio in meno del cromosoma X.

A volte sono cose che mi lasciano semplicemente perplesso: mail vuote che hanno come oggetto solo “Re:” e nel testo solo un link. Nel caso specifico, questo link.

Più o meno un anno fa scrissi un blogpost in reazione ad un paper, popolarissimo nella stampa generalista, che sosteneva che i Vittoriani erano più intelligenti di noi e col tempo stiamo diventando tutti scemi. A quanto pare la gente che vuole fare del passato imperiale inglese un mondo ideale non manca: ed ecco che il link qua sopra vorrebbe persuadermi che l’età Vittoriana era l’età d’oro della salute umana, in cui la speranza di vita era superiore a quella moderna, in cui nessuno assumeva alcool o tabacco, il cibo industrializzato non aveva rovinato la nostra salute, e le malattie degenerative non esistevano.

In pratica, in barba a WHO, vegetariani vari e 200 anni di scienza della nutrizione, la dieta ideale esiste ed è più o meno quello che mangiava Darwin.

E, giusto per dovere di cronaca, partiamo con il dire che sono profondamente pregiudizievole contro questo tipo di argomentazioni ancora prima di leggerle nel merito. Perché, per quanto supporre che il presente sia l’ultima parola sul progresso e il benessere umano sia arrogante e opinabile, tutte queste affermazioni che vogliono indorare il passato come fosse un mito arcadico mi fanno veramente cadere le braccia. Negli ultimi 50 anni la medicina ha visto la comparsa di vaccini per la polmonite, per le meningiti, per le epatiti, per il morbillo e per l’HPV; RM, PET, TAC e altre sigle diagnostiche improponibili; chirurgia laser, chirurgia robot, telechirurgia, chirurgia estetica e liposuzione; centinaia di farmaci tra cui fluoxetina, paroxetina e mirtazapina, per cui ho particolare affetto; abbiamo avuto il tempo di inventare e far perdere di efficacia per colpa di uso sconsiderato una dozzina di antibiotici; cuori artificiali, coclea artificiali e arti artificiali così efficaci che se provi ad usarli per competere alle olimpiadi alla gente viene il serio dubbio che ti avvantaggino; occhi artificiali e fegati artificiali sono lì lì dietro l’angolo. Abbiamo un posto dove puoi accedere da qualsiasi parte nel mondo e avere accesso ad una versione approssimativa di tutto il sapere umano, dai fossili di generi di lemuri estinti a strani formaggi polacchi.

Ma, a quanto pare, quando lo stato dell’arte della medicina era un corpetto coi magneti per far crescere le tette e l’arsenico era sicuro e onnipresente, i vittoriani (che giustamente erano più intelligenti di noi) avevano trovato lo stile di vita e la dieta perfetta per una vita senza malanni.

Ora, io posso capire che a leggere Ugo Bardi alla gente venga il male di vivere, e che spesso queste affermazioni pro-saggezza-millenaria-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio siano più che altro motivate da comprensibile furia contro lo status quo che da un genuino credere che sotto la regina Vittoria la gente stesse alla grande; ma vedere scritto in letteratura scientifica, che tra il 1850 e il 1870 ” a generation grew up with probably the best standards of health ever enjoyed by a modern state. ”  mi fa quasi rivalutare la costola di Adamo.

Messo in chiaro che sono più pregiudizievole di un membro del Ku Klux Klan a Lampedusa, andiamo a vedere quali sono le argomentazioni e le prove che Clayton e Rowbotham portano nel loro articolo pubblicato sull’International Journal Of Environmental Research And Public Health (Impact Factor: 1.99).

Quello che vogliono sostenere, nello specifico, è che:

We argue in this paper, using a range of historical evidence, which Britain and its world-dominating empire were supported by a workforce, an army and a navy comprised of individuals who were healthier, fitter and stronger than we are today. They were almost entirely free of the degenerative diseases which maim and kill so many of us, and although it is commonly stated that this is because they all died young, the reverse is true; public records reveal that they lived as long – or longer – than we do in the 21st century. These findings are remarkable, as this brief period of great good health predates not only the public health movement but also the great 20th century medical advances in surgery, infection control and drugs,

 

Che, tradotto in breve per la mia mamma, significa che l’Impero Britannico aveva una forza lavoro, un esercito e una marina più in salute, più forte e più atletica di quanto non siamo noi moderni, in cui le malattie degenerative sostanzialmente non esistevano, e che vivevano tanto a lungo, se non più a lungo di noi, nonostante spesso si dica il contrario, il tutto ben prima dell’invenzione non solo della medicina pubblica, ma anche degli antisettici e dei primi farmaci.

Una affermazione sorprendente, e, direbbe qualcuno, straordinaria. Su quale evidenze si basa?
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Sferoidi oblati, triangoli e orologi: la misura della terra né piatta né tonda


Recentemente su Italia Unita Per La Scienza è uscito un post in due parti (Prima e Seconda) sul mito della terra piatta nelle ere. Per una fortuita coincidenza, ho iniziato da poco a leggere il Ciclo Barocco di Neal Stephenson, una mostruosità da 3000 e rotte pagine di romanzo storico sulle origini della scienza illuminista scritto da un famoso autore di fantascienza; una lettura leggera sotto l’ombrellone.

Che c’entra? C’entra perché (Spoilers?) uno dei personaggi del romanzo, pre-Newton, utilizza un pendolo per dimostrare che la forza di gravità diminuisce allontanandosi dal centro della terra. Il collegamento resta oscuro (mancano un po’ di passaggi) ma ho fatto l’associazione di idee con il post di IxS visto che è per merito di un pendolo che si è passati dal considerare la terra una sfera al più accurato sferoide oblato. Ergo, prima che mi dimentichi del tutto come si fa a scrivere visto che son passati mesi dall’ultimo post, uno spiegone su come sappiamo che la terra non solo non è piatta, ma non è neanche una sfera.

Partiamo dall’ultima parte del trittico del titolo: gli orologi. Intorno al quattordicesimo secolo, in Italia, nei campanili, cominciano ad apparire orologi con scappamento a verga. Lo scappamento è, per farla semplice, il meccanismo che determina ogni quanto l’orologio ticchetta; lo scappamento a verga ha una corona coi denti a seghetto e una verga che, con due palette, blocca la rotazione della corona in passi fissi della durata di un tic.  Il problema intrinseco di questo tipo di meccanismo è che la regolarità del ritmo dipende moltissimo dall’attrito del sistema: se i denti della corona si consumano, o una paletta impiega anche una frazione di secondo in più del dovuto a spostarsi, o la verga non è ben lubrificata, ecco che subito cominciano i casini e l’orologio perde rapidamente di precisione.

Lo schema di uno scappamento a verga, da Henry Evers (1874), A Handbook of Applied Mechanics, William Collins & Sons, London, fig.58, p.153 Pubblico Dominio

Anche gli orologi ad acqua, l’altra alternativa popolare del periodo, che sfruttavano la regolarità del flusso dell’acqua attraverso un poro, hanno lo stesso problema: il flusso dell’acqua non è mica poi detto che sia così perfettamente regolare. E se hai orologi che scattano a intervalli regolari, misurare il tempo è roba da pazzi. Galileo, che per i suoi esperimenti dovette accontentarsi degli orologi di questo tipo, sapeva che facevano acqua da tutte le parti (ehm). GG sapeva anche, ed era forse una delle prime persone nella storia dell’umanità a saperlo, che il moto oscillatorio regolare di un pendolo, poteva essere la soluzione; e si impegnò a progettare uno dei primi orologi a pendolo del mondo. Sfortunatamente per lui il suo progetto non sarà realizzato se non parecchio dopo la sua morte, lasciando l’onore (e l’onere) di costruire la prima pendola funzionante a Huygens.
Christian Huygens sarebbe stato comunque uno dei più grandi fisici del suo tempo anche se, nel 1656, non avesse costruito uno strumento che quel tempo lo misurava. Il suo primo modello perdeva non più di un minuto al giorno; successive iterazioni portarono il ritardo al massimo a 10 secondi per die, una precisione senza precedenti. Parte del successo di Huygens dipese dal fatto che determinò matematicamente quanto dovesse essere lungo un pendolo perché una oscillazione completa durasse un secondo, nell’assoluta convinzione che questa lunghezza sarebbe stata una costante universale, e il pendolo avrebbe oscillato con il medesimo periodo ovunque.

C’era solo un piccolo problema: la sua costante non era veramente costante. Immenso miglioramento sui ticchettatori precedenti, di sicuro, ma non costante universale. Fu astronomo francese, Jean Richer, a far nascere i primi dubbi sull’universalità del pendolo.

Jean Richer fa le sue misurazioni in Guyana. Da un incisione di Sebastein Leclerc, pubblico dominio

Richer era a Cayenne con Cassini, il più famoso astronomo francese, per cercare di misurare precisamente il parallasse di marte. Il suo orologio a pendolo, fondamentale per la riuscita della misura, che funzionava perfettamente ed era sincrono a Parigi, aveva però perso più di due minuti rispetto alle pendole locali a Cayenne nel giro di sole 24 ore. “Ben strano“ pensò probabilmente Richer, che decise di pubblicare anche questo fattoide nel suo rapporto alla Franca Accademia delle Scienze, che prese la cosa terribilmente sul serio. Presto l’anomalia fu verificata da fonti indipendenti, e i due più importanti fisici del tempo, Huygens e Newton, si trovarono a competere per cercare di spiegare cosa non tornava.

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Tre anni di Prosopopea!


Oggi è il terzo anniversario di Prosopopea, un traguardo sì, del tutto arbitrario, ma quasi impensabile considerata la mia generale pigrizia (se il mio Patronus è un bradipo ci sarà un motivo).

In realtà in questo terzo anno il numero di articoli è sensibilmente diminuito, a fronte di una ulteriore dilatazione del volume: più invecchio e più divento prolisso, e twitter continua ad essere una tortura cinese. Ma il volume di traffico è aumentato, e sono anche, per felice coincidenza, pericolosamente vicino ai 100 mila visitatori unici (Sto a 95mila e rotti). Che per carità, in 3 anni son ben pochi, e volendo fare l’ennesimo-sito-con-le-classifiche-che-plagia-spudoratamente-cracked si potrebbe fare di meglio; ma hey, voi venite qui per la qualità e la simpatia dell’ospite, no?

Cioè, di solito. Visto che tanto questo post è totalmente autoreferenziale, tanto vale confessarsi: la prima chiave di ricerca con cui la gente arriva qui, dopo “prosopopea” e altre cose che esplicitamente si rifanno al nome del Blog, è “veleno per gatti”. Non so esattamente come, ma apparentemente il mio articolo su Come l’aspirina è tossica per i gatti ha scalato il pagerank per chi cerca un modo casalingo per uccidere qualche felide. Che non è proprio quello a cui aspiravo. Certo, c’è pure gente che ci arriva cercando “posso dare l’aspirina al gatto”, ma siamo a 759 visitatori unici vs soli 195.

Non ammazzate i gattini, please.

Poi sì, c’è chi mi trova con chiavi di ricerca più appropriate, tipo “Larve negli occhi”, o “catheter-deliverable hydrogel derived from decellularized ventricular extracellular matrix increases endogenous cardiomyocytes” e poi ci sono cose che mi lasciano perplesso:

Immagine

dafuq? Ho scritto un intero articolo sugli archea patogeni e ha attirato lo stesso numero di persone di “vagina pelosa spermanale” che sono abbastanza sicuro di non aver mai scritto prima di oggi. 

L’articolo più popolare negli ultimi 12 mesi è l’ultimo coso sul cancro che ho scritto (9.2666 visualizzazioni, straccia la concorrenza), complice anche un passaparola che non avevo minimamente previsto, seguito dall’articolo sull’aspirina e i gatti di prima (5.439 visite), e l’articolo sulla storia dei cromosomi umani ( 4.124 visualizzazioni).

Se volete lasciarmi detto qual’è il vostro articolo preferito di quest’anno nei commenti, fa sempre molto piacere; se non vi ricordate quali sono gli articoli di quest’anno, dopo potente peer pressure, nonostante mi vergogni profondamente di tutto quello che scrivo due mesi dopo il fatto, adesso esiste una voce archivio nella barra sulla destra che potete consultare a vostro piacimento.

Non vi prometto niente, ma da un po’ di mesi mi sto organizzando per far di Prosopopea anche un podcast. Ve lo dico nella speranza che ” Oh beh, l’hai detto, mo o lo fai o ci perdi la faccia” mi faccia venire il pepe necessario per trasformare le parole in fatti.

Io vi ringrazio per tutti i commenti, le visite, le condivisioni, gli auguri di morte, le minacce di denunciarmi all’ordine e tutto quanto mi lasciate; predicare nel deserto è divertente ma quando ci sono altri Tuareg che ti ascoltano lo è ancora di più.

Ad maiora!

Tutto causa il cancro (Il bias dei cappelli bianchi)


Avete mai notato come le sezioni salute della maggior parte dei giornali (e blog) siano ormai intente nell’impresa titanica  di dividere ogni singolo alimento e ingrediente in cosa fa venire il cancro e cosa no?

E, non fraintendetemi, capisco il principio che c’è dietro. Il cancro è probabilmente una delle cose più terrificanti per la maggior parte delle persone, e sei vuoi leggere, o beccarti il click, o sei genuinamente interessato a morire il più tardi possibile e vivere nel mentre restando il più in salute possibile, ecco che la nutrizione diventa sproporzionatamente importante.

Così, su nelle torri eburnee è stata inventata l’epidemiologia nutrizionale, una disciplina legittima che si trasforma in circa un migliaio di pubblicazioni scientifiche l’anno, che, apparentemente, si trasformano in un migliaio di articoli pop che senza la benché minima nuance si trasformano in articoli tipo “Il cibo x fa venire il cancro” e “l’ingrediente y protegge dalle malattie cardiache”, etc. E di conseguenza non c’è da meravigliarsi se i consumatori sono confusi sotto questo bombardamento di informazioni, e vanno o in panico per ogni nuovo “rivoluzionario studio” o ad un certo punto diventano scettici e cominciano a sbattersi le palle.

A questo si può aggiungere che in Italia non serve quasi nessuna qualifica specifica per farsi chiamare Nutrizionista; secondo l’Ordine dei Biologi, basta essere iscritti all’albo per poter potersi definire tale; il che significa che sebbene io mi occupi di evoluzione e genetica di popolazione domani potrei mettere “Dott.  Biologo Nutrizionista” forte dei 3 crediti scarsi di alimentazione umana nella mia carriera accademica, e nessuno potrebbe legalmente dirmi niente. Il fatto di ottenere prima una specifica qualifica in ambito di alimentazione è semplicemente un consiglio o una raccomandazione dell’ordine. Questo non significa che i biologi nutrizionisti (o i dietologi, a cui si applicano più o meno le stesse regole, con l’aggravante che il termine non è legalmente protetto) siano necessariamente profittatori incompetenti e senza scrupoli, ma, ad esempio l’Associazione Nazionale Dietisti ha recentemente pubblicato un report, in cui esprime preoccupazione  per  ” [...] l’eterogeneità e la numerosità degli accessi (ai master in nutrizione, ndr), aperti contemporaneamente a molteplici tipologie di laureati con provenienze formative e ambiti professionali molto diversi tra loro, e molti dei quali senza alcuna competenza di base in ambito nutrizionale e sanitario “. E per quanto improvvisarsi senza il benché minimo di qualifiche sia più o meno il tema conduttore di questo blog, farlo per profitto sparlando di nutrizione penso sia come minimo poco etico; e anche quando viene fatto in buona o buonissima fede e non per mero guadagno, rischia di perpetuare  perniciosi miti da una supposta posizione di autorità.

(N.B: Non sono assolutamente sicuro che sia ancora così da quando esistono le lauree specialistiche in biologia della nutrizione, ma lo era appena 4-5 anni fa e quelle lauree già esistevano, quindi se dovessi sbagliarmi non c’è bisogno di divorarmi nei commenti: al massimo quello che sto dicendo è out-of-date. se così fosse, fatemi sapere)

E ovviamente, questa cacofonia di consigli e questa iper-medicalizzazione della dieta crea una nuova enorme nicchia per ciarlatani e pseudoscienziati di ogni tipo per approfittarsi di chi vorrebbe solo stare meglio (o essere più magro).

Breve parentesi metodologica su come funzionano gli studi epidemiologici sulla nutrizione: se già sapete come funziona, e siete familiari con termini come studi longitudinali o meta analisi, skippate con gusto la prossima parte.

Un gattino puccioso segna l’inizio e la fine della parte skippabile dai lettori “avanzati”. Photocredits: ” <3KawaiiCloud<3 ” via Flickr

Un gattino puccioso segna l’inizio e la fine della parte skippabile dai lettori “avanzati”.

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Fleming, Semmelweis e la mitologia scientifica


Io non sono uno storico, tantomeno uno storico della scienza; sono un appassionato che si diverte a parlare e scrivere ogni tanto di storia e storie di Scienza senza alcuna educazione formale in discipline storiografiche o roba del genere (Del resto il sottotitolo del blog è “scienza con saccenza” non “scienza con cognizione di causa”).

E come tutti, anche i non scienziati, anche i non storici, sono stato esposto a tutta una serie di aneddoti e esempi vari dalla storia della scienza, siano Mendel, Darwin, Galileo o chi per loro. La cosa con cui ho qualche problema, però, è che più vado a scavare negli esempi più famosi, più trovo seri problemi con quello che nei libri di scienze passa come storia della scienza, al punto che sono arrivato a credere che la vulgata sia attivamente dannosa, promuovendo stereotipi falsi e distorcendo la percezione di come funziona normalmente il metodo e progresso scientifico.

Incanalando lo spirito di Leo di Tempi profondi proverò ad essere un po’ più serio e rigoroso del solito, e cercare di esporre con due esempi lampanti come quello che spesso passa per storia della scienza in realtà è una sorta di mitologia, nel senso più antropologico del termine.

Prima di cominciare, lasciatemi essere pignolo e verboso e chiarificare cosa specificamente intendo per mitologia e mito. Nel parlato comune, quando uno parla di miti, tipo quando un venditore di fumo parla de “il mito del metodo scientifico”, il termine viene utilizzato come sinonimo di “falsa credenza”, spesso intesa come “falsa credenza creduta perché promulgata da una figura autorevole” (nel caso dell’esempio specifico, l’autorità del mondo scientifico). Usare mito in questo senso è chiaramente un becero espediente retorico che il venditore di fumo usa per mettersi nella posizione di figura autorevole alternativa che salva il povero innocente dalle fallacie del pensiero popolare. Non uso mito in questo senso, ovviamente.

Altri critici più seri usano il termine di mito, anche quando riferito ad un idea scientifica, come “mito fondazionale” o “metafora religiosa fondamentale” (Midgeley 1992). Parlano di mitologia come “metastruttura cognitiva”, “prospettiva culturale” o, per farla più semplice, “visione complessiva del mondo”, che tinge tutte le percezioni e le idee, tipicamente per poi poter usare l’accusa di scientismo come martello per picchiare idee che non gli piacciono. Non uso mito neanche in questo senso.

In greco, il termine Mythos  significa racconto, o storia. Spesso questi miti, come parabole, hanno funzione esplicativa, o funzionano come giustificazione (Bauer, 1992) e utilizzano espedienti retorici e narrativi specifici per essere persuasivi; spesse volte incarnano archetipi, una sorta di progetti e linee guida che vengono presentate come esemplari e degne di essere seguite. Il mio punto, e il problema che ho con la vulgata, è come la realtà storica venga distorta in mito (in quest’ultimo senso) con questa intenzione pseudo-didascalica (conscia o inconscia) e per volontà di scrivere una bella storia, un racconto interessante, popolare, che emozioni.
E non sto parlando di essere saccenti e “diti-in-culo” per il gusto di esserlo, anzi; riuscire a creare una narrativa interessante intorno ad un fatto scientifico o storico è un mezzo praticamente indispensabile per fare divulgazione, è bello e utile e di norma una cosa buona: il problema è quando, per amore di una buona storia, si spargono idee false ed erronee sulla natura stessa del processo scientifico, facendo più danno che altro.

Non ho problemi con Archimede nella vasca che urla “Eureka!”, o la mela che cade in testa a Newton, o Kekulé che sogna un serpente che si morde la coda e si sveglia per risolvere la struttura del benzene; per quanto siano tutti aneddoti “agiografici”, cioè servono a far sembrare dei geni fighi da ammirare i protagonisti, l’unica concezione erronea che trasmettono è che per avere successo nella scienza bisogna essere geni.

Ma ci sono miti scientifici che trovo controproducenti, e mi accingo a presentare due esempi tra loro complementari, che coprono più o meno tutto lo spettro retorico che trovo sbagliato. Nell’ordine, Fleming e la scoperta della penicillina, e Ignac Semmelweis e la febbre puerperale.

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Perché esistono così tanti fiori ?


Arriva San Valentino, e come spesso succede, orde di amanti razziano campi e fioristi alla ricerca dell’organo riproduttore più adatto da regalare alla propria/o bella/o.  Nel mondo occidentale, la scelta ricade tipicamente sulla rosa rossa, che in questi giorni viene pagata a peso d’oro, ma la scelta potrebbe essere, almeno in teoria, ben più varia. Si stima che esistano circa 350 mila specie di angiosperme, cioè piante con fiore, al mondo.

Certo, potete regalare alla vostra morosa un mazzo di rose, ma quanto sareste più cool regalando un fiore di  Hydnora africana ?

Hydnora è un genere di piante parassite. Quello che vedete sporgere, tipo mano a tenaglia di un lego, è il fiore; intorno, nere, sono le radici marcescenti della pianta a cui il fiore sta lentamente succhiando la vita. Una perfetta descrizione della vita di coppia.

Hydnora è un genere di piante parassite. Quello che vedete sporgere, tipo mano a tenaglia di un lego, è il fiore; intorno, nere, sono le radici marcescenti della pianta a cui il fiore sta lentamente succhiando la vita. Una perfetta descrizione della vita di coppia. Photocredits: D.L. Nickren, Southern Illinois University

Perché esistono così tanti fiori? Beh, l’idea di base è semplice: la teoria dell’evoluzione, già dai tempi di Darwin, prevede che la pianta, non potendosi muovere, scelga un il particolare impollinatore da attirare perché possa trasportare il suo polline ad un altro fiore. Più il fiore è specifico e strano, più attirerà una specifica e strana specie di impollinatore, ed eviterà il rischio di ricevere polline di specie con cui non ha intenzione di incrociarsi. E’ il cambiamento da un impollinatore all’altro che causa i più massicci cambiamenti nella morfologia e nella struttura del fiore, che si sforza di isolarsi riproduttivamente dai suoi cugini più stretti.

” Hey, è proprio una bella ipotesi. Sarebbe anche bello se avessi qualche prova a sostegno, mate. ” ( Non so perché, ma quando mi immagino lo scettico di turno che viene a rompere le uova nel paniere ha un marcato accento Cockney )

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Cosa hanno in comune api, squali, cacciatori raccoglitori e videogiocatori?


Seguono tutti i cammini di Levy (forse).

Ero tentato di chiudere il post così, dopo due-righe-due, ma poi la mia mamma ci sarebbe rimasta male che non gli spiegavo le cose. E questo articolo è ancora più ostico del normale da farle capire, visto che tira fuori i videogiochi (gasp!) e la matematica (stragasp!) oltre alla mia solita prosopopea.

E già normalmente la conversazione media con mia madre, parlando di quello che scrivo, va più o meno così:

” Oh, ho letto il tuo articolo!”
” Bene! Ti è piaciuto?”
” Si, tantissimo, però non ci ho capito niente.”

Che per uno che gioca a provare a far per finta il divulgatore è una pugnalata. Come dire a un rugbista ” oh sei bravo, ma se passi in avanti arrivi prima in meta, eh.”.  Ovviamente la colpa è solo e soltanto mia, che non mi so spiegare, e quindi per questo articolo moltiplicherò i miei sforzi.

Dunque, dicevamo, il cammino di Levy. Cos’è, e che c’entrano le varie bestie del titolo?

Le varie bestie del titolo hanno un problema: procacciarsi il cibo in un ambiente più o meno sconosciuto. Devono trovare dei fiori, o una preda o selvaggina, possibilmente con il massimo del guadagno e il minimo dello sforzo.

L’ ape esce dall’alveare e esplora un campo. Normalmente, usando il suo potente olfatto, trova indizi e indicazioni su dove dirigersi, ma stavolta non c’è nessuno stimolo particolarmente interessante. Che fare?  Si può muovere totalmente a caso, come un granello di polline sulla superficie dell’acqua. Qualsiasi direzione, va bene uguale, e quanto andare in ciascuna direzione segue una gaussiana: distanze particolarmente lunghe o particolarmente brevi saranno percorse meno spesso rispetto a distanze intermedie, più frequenti.

Augochloropsis metallica, una bellissima ape "del sudore". Si orienta con il suo ultra-sensibile olfatto, che però a volte la porta a seguire false tracce, come quando segue il sudore umano, da cui è stranamente attratta.

Augochloropsis metallica, una bellissima ape “del sudore”. Si orienta con il suo ultra-sensibile olfatto, che però a volte la porta a seguire false tracce, come quando segue il sudore umano, da cui è stranamente attratta. Photocredits: USGS

Ma andare totalmente a caso è la soluzione migliore?

Uno squalo, alla ricerca delle sue prede, segue una gran varietà di stimoli. Grazie a degli organi specifici, le ampolle di Lorenzin, gli squali sentono i campi elettromagnetici, come i Jedi sentono la Forza. Ma l’oceano è vasto e con la pesca selvaggia l’abbiamo praticamente desertificato: lo squalo deve vagare in lungo e in largo per cercare cibo. Andare a caso sarebbe proficuo?

Sì dà il caso che sia api che squali seguano una particolare strategia per muoversi in cerca di cibo: seguono il cammino di Levy, che, tecnicamente, è una traiettoria che invece di avere una distribuzione di probabilità gaussiana, è iperbolica e “heavy tailed”, con le code pesanti. Spacchettiamo che cosa vuol dire:

In matematica, quello che fanno le api e gli squali sopracitati, muoversi in direzioni casuali con passi di lunghezza variabile, si chiama passeggiata (o cammino) aleatoria (random walk in inglese). Ma non tutte le passeggiate casuali sono uguali: anche scegliendo la direzione completamente a caso, magari si preferisce fare passi (dove per passo si intende la distanza coperta prima di cambiare direzione) più lunghi o più brevi; oppure, non tutte le direzioni sono equamente probabili, ma si preferirà tendere in una direzione, come il carrello del supermercato con la ruota mezza rotta (che no, mamma, non è che lo prendi sempre tu, è che ti ricordi le volte in cui lo prendi e ti dimentichi quando va tutto bene).

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Come sappiamo perché il cielo è blu


Una delle domande tipiche dello stereotipico bambino curioso, quello che esiste più come artificio retorico che come reale individuo, è ” Perché il cielo è blu ? “.

La risposta del genitore tipico che torna a casa dopo una tipica giornata di lavoro è ” Non fare domande stupide “.

La risposta esatta è, notoriamente, ” É per via lo scattering di Rayleigh combinato alla risposta fototipica dell’occhio umano”.

Ma la stragrande maggioranza delle persone che sono esistite nel corso della storia umana non avevano neanche per sbaglio una risposta credibile alla tipica domanda dei bimbi curiosi. Può darsi che ” Perché il cielo è blu ? ” sia una di quelle domande ataviche che ossessionava i nostri antenati, ma una delle prime persone a lasciarci scritte le sue elucubrazioni sul perché del colore del cielo è il solito Aristotele, una persona che mai si sottrasse dall’opinare su tutto l’opinabile.

Aristotele era estremamente affascinato dal cielo e specialmente dalla meteorologia, perché secondo lui era la disciplina in cui la perfetta regolarità delle sfere celesti si scontrava con il caos e l’imprevidibilità del mondo terrestre. Resosi conto di quanto fosse un campo incasinato, Aristotele decise di scrivere un intero libro sulla questione, la Metereologica, fondando, tanto per cambiare, una intera disciplina.

Leggendo Aristotele, però, dobbiamo stare attenti ad una peculiarità linguistica che spesso finisce per essere “Lost In Translation”. Quasi da nessuna parte nella letteratura greca il cielo (o il mare) viene descritto utilizzando l’aggettivo blu: famosamente, nell’Odissea Omero dice che Ulisse affronta un mare nero come il vino. Quello che viene perso nella traduzione è il fatto che per i greci la luminosità di un colore era molto più importante della tonalità. Così, il termine kyanos (da cui il moderno ciano, il blu delle stampanti), viene utilizzato alternativamente per descrivere il colore del ferro, i capelli di Ettore, degli smeraldi, degli iridi e, tra le altre cose, il cielo.

Platone, il maestro di Aristotele, aveva un’idea molto semplice come teoria del colore. Gli occhi di ciascuno di noi sparano raggi visivi in ogni direzione, che poi andavano a toccare meccanicamente il bersaglio, e rimandavano indietro la percezione sulla base delle particelle di cui erano composte: più chiaro se erano piccole, più scure se erano grandi, e diversamente colorate a seconda che contenessero diverse quantità di aria/acqua/terra/fuoco, perché la chimica era più facile una volta.

Sono anche pedanti uguali, lui e Ciclope.

Sono anche pedanti uguali, lui e Ciclope.

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I giornali open access, la peer-review, l’editoria, e altre cose poco divertenti.


Avete mai provato a leggere un articolo scientifico ? Non quelli su Le Scienze o Focus o il blog di medbunker, proprio uno di quelli che gli addetti ai lavori chiamano “papers”, perché l’inglese è la lingua internazionale della scienza, e che io metto ogni tanto nei riferimenti bibliografici dei post del blog o della pagina di facebook ?

Facciamo un esperimento. Diciamo che volete controllare che io non abbia detto fregnacce nel mio vecchio articolo su cavoli e pesci che subappaltano il sistema immunitario. Andate alla fine dell’articolo, e trovate due riferimenti il primo punta a una pubblicazione scientifica che si chiama PloS One, l’altro ad un Journal (perché siamo international) un po’ più famoso, un certo Science.

Cliccate sul link che vi porta all’articolo di Science, e tutto quello che trovate è un paragrafo di testo.  Si  chiama abstract: è un riassuntino, asciutto asciutto, senza critiche ne senso, con il minimo indispensabile di informazioni per farvi sapere di che parla l’articolo intero. Però sotto vedete che c’è un link cliccabile con su scritto “Read Full Text”. E lo cliccate. E una bella mascherina vi salta fuori chiedendovi di fare login. Non siete iscritti a Science ? Facile, sborsate 150 dollaroni, e vi abbonate per un anno. Non vi frega niente di abbonarvi a Science ? Potete comprare il singolo articolo. Sono solo 20 dollari. Per 6 pagine. E, non è che lo pagate, ed è vostro: sarebbe il colmo. No, potete accedervi per un giorno soltanto.
Per fortuna è Science, e quindi la vostra biblioteca universitaria sicuramente paga l’editore perché voi, studenti, professori, ricercatori, possiate accedervi tramite Università.
Non siete universitari o accademici ? Eh, o trovate l’articolo per vie traverse usando la vostra abilità nel Google-fu, o dovete svuotarvi le tasche.

Il secondo link manda a PloS One. Un po’ scorati dall’esperienza precedente, cliccate lì. E, meraviglia, l’articolo c’è tutto, con tutti i grafici, i dati, la discussione, tutto scaricabile, senza sborsare un centesimo.

Qual’è la differenza ? Science è un Journal in abbonamento, PloS One è Open Access, a libero accesso. Non dovete avere niente più di una connessione internet per poterlo leggere. ” Bello! ” pensate. ” Dov’è la fregatura ? “

Nel caso specifico, per voi che leggete la fregatura non c’è. PloS One è uno dei più rispettati giornali Open Access in assoluto: nella sua categoria, è l’equivalente di Science, e potete essere ragionevolmente certi che quello che c’è scritto nell’articolo sia passato attraverso la revisione paritaria o, per restare international, la ” Peer Review “.

E come funziona la Peer Review ?

Facciamo finta che io voglia pubblicare un articolo sul sistema immunitario degli invertebrati. Voglio dire che, checché ne dica il consenso generale della “scienza ufficiale”, gli invertebrati hanno un sistema immunitario adattativo, che si ricorda gli insulti precedenti, che può essere vaccinato. E’ una tesi controversa, perché ben poca gente, ad oggi, crede che ci sia questo tipo di immunità negli invertebrati. Ma io ho accumulato prove, riferimenti, fatto esperimenti, e voglio finalmente urlare alla comunità scientifica ” C’ho ragione io e voi non capite niente “.  Cambiare il consenso scientifico, di modo che cambi la pagina di wikipedia sull’evoluzione del sistema immunitario.

La Dafnia, o pulce d’acqua, è uno degli invertebrati su cui si fanno più studi per capire se questa immunità adattativa esiste o meno. Sì, non ho veramente idea di che immagini mettere in questo articolo, ma qualcosa devo pur mettere perché la pagina piombata è proprio brutta. Photocredits: Wikimedia Commons

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